Fratelli Esposito, una famiglia da 67,5 milioni: Sebastiano con Pio e Salvatore tra le dinastie più preziose

 

Tre fratelli, tre carriere già ad alto livello e un valore complessivo che racconta meglio di tante parole il talento di famiglia. Pio, Sebastiano e Salvatore Esposito valgono insieme 67,5 milioni di euro secondo le valutazioni di Transfermarkt, cifra che li colloca ai vertici tra le famiglie di calciatori legate al calcio italiano.

Dentro quei 67,5 milioni c'è anche una fetta importante di Sassuolo. Sebastiano Esposito è valutato 15 milioni, mentre il fratello Pio, oggi all'Inter, raggiunge quota 50 milioni e Salvatore completa il conto con 2,5 milioni. Un patrimonio calcistico costruito su caratteristiche differenti ma con un denominatore comune evidente: qualità tecnica, personalità e un percorso che ha portato tutti e tre nel calcio professionistico.

sassuolonews.net

Basket Serie B Nazionale, zampata della Paffoni Omegna: 86-74 alla Siaz Piazza Armerina nel recupero


Paffoni Fulgor Basket Omegna Siaz Basket Piazza Armerina 86-74 (20-24, 17-14, 31-17, 18-19)

Una serata da incorniciare per la Paffoni Fulgor Basket Omegna, che nel recupero del campionato di Serie B Nazionale conquista due punti pesantissimi superando la Siaz Basket Piazza Armerina con il punteggio di 86-74.

La partita del PalaCipir regala emozioni sin dalle prime battute: la Siaz parte con il piglio giusto e si aggiudica la prima frazione sul 20-24. I padroni di casa registrano la difesa nel secondo quarto (17-14), andando al riposo lungo a un solo punto di distanza sul 37-38. Il momento decisivo del match si materializza nel terzo quarto: l'attacco di Omegna si accende e produce un parziale monstre di 31-17 che ribalta totalmente l'inerzia dell'incontro. Negli ultimi dieci minuti (18-19) i rossoblu amministrano il vantaggio con maturità.

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#ReggioEmiliaSport #PaffoniOmegna #SiazPiazzaArmerina #SerieB #Basket1E1 #PalaCipir #VittoriaRossoblu

FORMULA 1 Antonelli rinuncia al numero 1: "Terrò il 12 anche da campione del mondo". A un passo dal titolo mondiale, il bolognese annuncia di voler restare fedele a... Senna

 

Campione del mondo, ma senza numero 1 sulla Mercedes: ad Andrea Kimi Antonelli basta pochissimo per scrivere la storia, diventando iridato a 20 anni e 73 dopo l'ultimo italiano a riuscirci, Alberto Ascari, ma l'annuncio sorprende tutti. "Devo finire il mio lavoro, ma penso che poi continuerò con il numero 12", ha raccontato il bolognese in un'intervista al quotidiano svizzero Blick prima del GP del Messico, che potrebbe incoronarlo.

Antonelli è legato al 12, il numero del suo idolo Ayrton Senna ai tempi di Lotus e McLaren, e con cui ha gareggiato fin dalle categorie inferiori. In casa Mercedes hanno già assistito a una scelta simile, con Lewis Hamilton che nonostante i sei titoli tra il 2014 e il 2021 non ha mai mollato il suo amato 44.
L'ultimo pilota italiano a correre con l'1 in F1, quindi, resterà Ludovico Scarfiotti a Monza nel 1966, quando i numeri di gara venivano assegnati senza riferirsi alla classifica dell’anno precedente. E' solo dal 1974, infatti, che l'1 identifica il campione del mondo in carica.

Sport Mediaset

Sassuolo, Aquilani: "Dobbiamo solo chiedere scusa"

 

"Dobbiamo solo chiedere scusa. Questa fragilità difensiva ci deve allarmare": Alberto Aquilani è telegrafico dopo la pesante sconfitta del suo Sassuolo in casa, contro la Lazio. "La partita - dice - era già chiusa dopo l'espulsione di Thorsvedt. La cosa brutta è che era evidente che ogni volta che loro superavano il centrocampo avevi l'impressione che potessero segnare. È già successo, io non sono riuscito a porre rimedio". Il tecnico ha provato a scuotere la squadra. "Deve essere chiaro a tutti che il nostro obiettivo e' salvarci, non ce ne sono altri. Qualche volta dobbiamo mettere in campo un po' di 'ignoranza'". 

sportmediaset

Le maglie da calcio tra memoria e algoritmo

  

Avvenire

La prima maglia non si scorda mai. È quella che si custodisce come una reliquia e che ti fa tornare di colpo bambino. L’odore antico dei pomeriggi in strada o al campetto, uno sponsor d’altri tempi e poi, certo, quei colori che ti fanno ancora gioire o star male... Simbolo di una passione che, salvo “tradimenti”, si tramanda da padri a figli, da nonni a nipoti. C’è qualcosa di curioso nel destino delle maglie da calcio. Proprio mentre il pallone diventa sempre più tecnologico, loro sembrano avere sempre più bisogno del passato. Le nuove divise guardano agli archivi, riprendono colori e stemmi dimenticati, citano stagioni gloriose, recuperano disegni di trent’anni fa. E intanto però irrompe l’intelligenza artificiale: oggi persino una maglia professionistica può nascere dalle indicazioni dei tifosi date a un algoritmo.
È accaduto con il Manchester City. Per la terza maglia 2026-27, lo sponsor Puma ha affidato ai sostenitori la possibilità di progettare la divisa attraverso un programma con IA: sono stati prodotti oltre 180 mila disegni, sottoposti a 1,7 milioni di valutazioni, fino alla scelta finale. Il progetto vincitore è diventato la terza maglia ufficiale del club, destinata a essere indossata dai giocatori durante la stagione. È, secondo Manchester City e Puma, il primo caso nel calcio professionistico di una maglia progettata dai tifosi attraverso l’intelligenza artificiale per essere utilizzata in campo. Un cambiamento tutt’altro che secondario: la tecnologia non si limita più a migliorare ciò che accade sul terreno di gioco, ma entra nella costruzione stessa dei suoi simboli. Eppure, mentre l’algoritmo guarda al futuro, il mercato delle maglie sembra premiare soprattutto la memoria. I dati raccolti da JD Sports e analizzati da TheIndustry.fashion mostrano che la nostalgia sta funzionando. La nuova maglia del Liverpool, fortemente ispirata a quella del 1989-91, ha registrato tra il primo maggio e il primo agosto 2026 un aumento del 99 per cento dei ricavi rispetto alla divisa precedente. Borussia Dortmund e Roma hanno registrato rispettivamente una crescita del 104 per cento dei ricavi e dell’80 per cento degli ordini. Quattro dei cinque club con la maggiore crescita dei ricavi presentavano nelle nuove divise elementi legati alla propria storia.
La tendenza non riguarda soltanto i disegni delle maglie. Nella stagione 2026-27 numerosi club italiani ed europei hanno recuperato sulle proprie divise elementi della propria storia e identità. Dal Milan, che riporta in vita le larghe strisce della propria tradizione, all’Inter degli anni Novanta, dalla Juventus che recupera il classico colletto a polo all’Arsenal della celebre «Bruised Banana» del 1991, passando per il Manchester United ispirato alle divise degli anni Settanta e il Bayern Monaco rétro, fino al Celtic che celebra i 60 anni dei Lisbon Lions, la squadra che nel 1967 batté 2-1 l’Inter a Lisbona conquistando la prima Coppa dei Campioni della sua storia: il passato torna così a essere parte ben visibile sulle divise del presente. Non è soltanto un espediente commerciale. Una maglia può contenere più tempo di quanto ne misuri una stagione. Lo dimostra anche la nuova collezione della Nazionale italiana realizzata da Adidas e Figc che recupera l’estetica degli anni Novanta. Torna la celebre «i» stilizzata con il tricolore, uno dei simboli dell’Italia di quell’epoca, reinterpretata con l’integrazione della quarta stella, quella conquistata al Mondiale del 2006.
È precisamente dentro questo dialogo fra memoria e presente che si colloca Maglie da calcio. La storia delle divise più belle dall’archivio di Classic Football Shirts (Limina, 320 pp, euro 24,90). Raccoglie centinaia di maglie indossate in partita, provenienti dall’archivio del famoso collettivo di rivenditori di maglie da football. Ce ne sono tante diventate davvero iconiche. Come il motivo geometrico arancione dell’Adidas che vestì l’Olanda vittoriosa agli Europei del 1988 contro l’Urss con l’indimenticabile parabola di Van Basten. Per alcuni la più bella di sempre, di fatto così rara che gli esemplari originali costino oggi più di mille sterline. Ma poi certo c’è l’imbarazzo della scelta, dalla maglia dell’ultima Nazionale jugoslava di Dragan Stoikovic alle maglie Mediolanum di Kappa del Milan di Sacchi. Per non parlare delle divise di Italia ’90, definita «la Coppa del Mondo esteticamente più bella di sempre». Ma il volume raccoglie pure le bizzarre divise del portiere messicano Campos ispirate al mondo del surf e alla sua città natale Acapulco. Così come i tentativi del Camerun di andare oltre i confini tra innovazione e tradizione e il divieto della Fifa di giocare con gilet o tuta intera. Non manca la prima maglia di sempre con sponsorizzazione, quella tedesca dell’Eintracht Braunschweig, il cui patron in gravi difficoltà finanziarie pensò bene di risollevarsi mettendo in bella mostra il marchio Jagermeister, l’aromaticissimo liquore all’anice. Insomma, il merito del libro sta proprio nella possibilità di raccontare la storia del pallone attraverso un oggetto. Più dei trofei, più delle classifiche e dei record dei grandi giocatori. Un punto di vista solo in apparenza secondario. Perché una divisa porta con sé colori, stemmi, sponsor, materiali e, soprattutto, ricordi.
Una fotografia di Maradona con la maglia dell’Argentina non racconta soltanto Maradona. Quella maglia rimanda alla «mano de Dios», al Mondiale messicano, a un’epoca del calcio e a milioni di persone che l’hanno vista in televisione. La divisa dell’Italia ‘90 non è soltanto un esercizio di design: è l’estate di un Paese, è una generazione, è un modo di vivere il calcio che oggi appartiene alla memoria. Non solo quella di una squadra, ma anche del giocatore che l’ha indossata, del tifoso che l’ha comprata, del figlio che l’ha ricevuta. Una maglia che continua a vivere passando da una generazione all’altra. Un bambino può riconoscere nel cassetto del padre una divisa che appartiene a un calcio che non ha mai visto giocare. Può chiedere chi fosse quel giocatore, perché quella squadra fosse così importante, perché quel numero fosse stato scelto. E così un pezzo di stoffa diventa il pretesto per aprire una miniera di ricordi. E questo passaggio permette a chi arriva dopo di sentirsi parte di una storia più grande, cominciata prima di lui.

Kane ha vinto davanti a Mbappé e Yamal. Ma nella storia i grandi esclusi come Baresi mostrano quanto sia difficile scegliere il migliore in uno sport di squadra

  


Il calcio ha scelto il suo migliore interprete. O almeno il vincitore del suo premio individuale più prestigioso. Lunedì sera a Londra Harry Kane ha sollevato il settantesimo Pallone d’Oro, aggiungendo il proprio nome a una storia cominciata nel 1956 quando la rivista France Football inventò il premio. C’è qualcosa di paradossale nell’incoronare un singolo protagonista in uno sport basato sul gioco di squadra. E settant’anni di vincitori e grandi esclusi suggeriscono una domanda: che cosa significa davvero essere il migliore?
Il primo fu un altro inglese, Stanley Matthews, ed è proprio per rendere omaggio a lui che, nel settantesimo anniversario, la cerimonia del Pallone d’Oro si è trasferita per la prima volta a Londra. Matthews aveva già 41 anni e avrebbe continuato a giocare fino a 50. Ma soprattutto non era un goleador: era uno che i gol li faceva segnare agli altri. La partita rimasta legata al suo nome, la finale di Coppa d’Inghilterra del 1953, non la decise segnando: con il Blackpool sotto 3-1 contro il Bolton contribuì alla rimonta fino al 4-3 servendo due assist decisivi. E in una carriera interminabile non fu mai ammonito né espulso. Dopo il ritiro tornò più volte nel Sudafrica dell’apartheid ad allenare ragazzi neri e nel 1975 portò una squadra di giovani di Soweto, gli “Stan’s Men”, fino in Brasile a incontrare Pelé.
Settant’anni dopo viene allora quasi spontaneo chiedersi che cosa premiamo quando scegliamo il migliore. Se lo chiede, in fondo, persino il regolamento del Pallone d’Oro. I giornalisti chiamati a votare devono considerare, nell’ordine, prestazioni individuali e capacità di essere decisivi, risultati della squadra e trofei conquistati, infine «classe e fair play».
Quest’anno la difficoltà di stabilire il vincitore è emersa con particolare evidenza: alla vigilia non c’era un favorito assoluto. Kane arrivava con numeri impressionanti: 73 gol in 65 partite, otto assist e tre trofei con il Bayern, tutti però conquistati solo in Germania. Mbappé, poi arrivato secondo, aveva dalla sua 58 gol e 13 assist, ma nessun trofeo; Lamine Yamal, terzo, 25 gol, 20 assist e soprattutto il Mondiale vinto con la Spagna oltre alla Liga. Tre candidature molto diverse, nelle quali gli stessi criteri del premio – rendimento individuale, successi collettivi, classe e fair play – potevano assumere un peso differente. È una distinzione che vale ancora di più nello sport giovanile, dove troppo spesso il migliore viene considerato quello che segna più gol o mette a referto più punti. Ma c’è chi fa l’assist, chi difende, chi recupera un pallone, chi corre per rimediare all’errore di un compagno, chi sa rispettare l’avversario. Il talento in uno sport di squadra non si misura soltanto in ciò che un atleta fa, ma anche in quello che permette agli altri di fare. Forse la domanda più interessante alla fine di una partita non è sempre «quanto hai segnato?», ma «hai fatto giocare meglio la tua squadra?».
Alla fine ha prevalso Kane, il quinto inglese a vincere il Pallone d’Oro e il primo dopo Michael Owen nel 2001. Un centravanti capace non soltanto di segnare ma anche di partecipare al gioco e lavorare per i compagni. Campione in campo e fuori: nel 2022 ha creato la Harry Kane Foundation, impegnata soprattutto sulla salute mentale dei giovani, incoraggiandoli a parlare delle proprie difficoltà, a chiedere aiuto e ad affrontare con maggiore consapevolezza i momenti difficili. E nel lungo discorso di ringraziamento ha riservato le parole più affettuose alla famiglia: ai quattro figli, «la ragione per cui faccio tutto questo», e alla moglie Kate, amica fin dall’infanzia e sua «più grande sostenitrice». «Ti sacrifichi per aiutarmi a realizzare i miei sogni – le ha detto –. Questo trofeo lo festeggiamo insieme: io, tu e tutta la famiglia»
Con il successo di Londra, Kane fa così il suo ingresso in un albo che comprende nomi come Cruijff, Beckenbauer, Platini, Van Basten, Messi e Cristiano Ronaldo. Ma accanto a questa galleria di campioni ce n’è un’altra, altrettanto prestigiosa: quella dei fuoriclasse che il Pallone d’Oro non l’hanno mai vinto. A cominciare da Pelé e Maradona. Fino al 1994 potevano concorrere soltanto calciatori europei e così due dei giocatori ritenuti più grandi di sempre rimasero fuori gara. Dal 1995 furono ammessi anche i non europei che giocavano in Europa – il primo vincitore fu George Weah – e soltanto dal 2007 il premio è diventato davvero mondiale.
Ma esiste anche una formidabile squadra dei “senza Pallone d’Oro” che non può appellarsi al regolamento. E avrebbe un capitano ideale: Franco Baresi. Nel 1989 arrivò secondo dietro il compagno Marco van Basten, in un podio tutto milanista completato da Frank Rijkaard. Eppure è stato un difensore capace di dominare un’epoca senza che il riconoscimento individuale più prestigioso arrivasse mai a premiarlo. Non lo hanno mai vinto neppure Paolo Maldini, Thierry Henry, Gianluigi Buffon, Xavi, Andrés Iniesta e Robert Lewandowski, grande favorito nel 2020, l’anno in cui il premio non fu assegnato a causa della pandemia. Nel 2006 Buffon, campione del mondo, fu battuto dal compagno Fabio Cannavaro. Del resto, in settant’anni un solo portiere ha vinto il Pallone d’Oro: il sovietico Lev Jašin nel 1963. Come se, nel giudicare il migliore, pesasse di più chi i gol li segna di chi ha il talento di impedirli.
Ma proprio l’elenco dei grandi esclusi mostra quanto sia difficile stabilire chi sia stato davvero il migliore.
Perché nel calcio il talento individuale ha sempre bisogno degli altri. Il regolamento prova del resto a tenere insieme criteri diversi: prestazioni individuali, risultati della squadra, «classe e fair play». Ma gol, assist, giocate decisive e trofei sono facili da contare; molto meno lo sono una buona difesa, la capacità di far giocare meglio una squadra e qualità come serietà, umiltà e correttezza verso l’avversario.
Harry Kane è dunque il settantesimo Pallone d’Oro. Il calcio ha scelto il suo migliore. Ma settant’anni di storia del premio ricordano quanto sia complesso stabilire chi sia il migliore in uno sport di squadra. E lo ricorda quel signore inglese di 41 anni da cui tutto cominciò: uno che non segnava moltissimo, faceva segnare gli altri e in tutta la carriera non si fece mai cacciare da un campo di calcio.
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