L'Olimpiade delle app che non piace al New York Times



Rieccoci allora. Nona Olimpiade da inviato per me, una sola Invernale però, questa. Trent'anni di Giochi scritti e senza giocare mai. O forse 30 anni passati giocando sempre. Perché scrivere è una passione che si fa per mestiere, e non un mestiere che si fa per passione. Mi sento un privilegiato per essere ancora qui. Ma anche discretamente vecchio.
A questo penso mentre cerco un mezzo per raggiungere San Siro. Trent'anni di Cerimonie Inaugurali, di badge al collo con la mia foto, sempre quella, sempre più giallo ocra, il colore del tempo. Che il mio stia iniziando a passare galoppando, lo conferma la drammatica consapevolezza che questi sono i Giochi delle app. Sei obbligato a scaricarne almeno cinque se vuoi accreditarti, avere il programma dei trasporti, ricevere le notizie dal Coni, chiedere i biglietti per le gare, o anche solo per esistere. Se non sei tecnologico, sei rovinato. I dinosauri alle Olimpiadi non sono ammessi, purtroppo. Io, per ora, mi faccio aiutare. E resisto. Oggi ho scaricato una app che mi spiega come si fa a scaricare le app. C’ho capito poco, ma mi sono sentito importante perchè quella non ce l’ha nessuno sul cellulare. E la esibisco a tutti come una medaglia d'oro.
In metrò leggo che le atlete americane al Villaggio sono entusiaste per il menù in mensa, e molto sorprese di aver trovato il bidet nei bagni. Qualcuna non sa cosa sia, altre ignorano come lo si usi. Viviamo in un mondo strano. Ma non è male nemmeno l'ironico reportage del corrispondente da Roma del New York Times, Jason Horowitz. Titolo: "Trekking tra le sedi olimpiche invernali d'Italia? Meglio non avere fretta". Lui, da bravo giornalista investigativo, si è preso la briga di andare a verificare sul campo l'organizzazione di queste Olimpiadi. Il responso è disarmante: "Lunghe distanze, strade strette, collegamenti complessi e nevicate renderanno la logistica un incubo", avvisa. E mi sembra di immaginare la sua faccia felice di raccogliere letame e accendere il ventilatore contro di noi. "Un'edizione con otto sedi diverse distribuite su circa 8.500 miglia quadrate nel nord Italia significano un incubo che ha portato i funzionari ad accogliere ogni nuovo tunnel, ogni aumento del servizio ferroviario o ogni tratta di autobus estesa come una vittoria entusiasmante contro il rischio del fallimento", scrive Horowitz. Che ad un certo punto sarebbe rimasto bloccato dal ghiaccio su una strada secondaria, e sarebbe stato soccorso da una campionessa olimpica di curling. Così almeno dice lui, evidentemente romanzando. Ma non basta. "Questa visione idilliaca di Olimpiadi "in viaggio" è stata il cavallo di battaglia del Comitato Organizzatore fin dall'inizio", spiega il Nyt, sottolineando che "per necessità, l'Italia ha fatto saltare il vecchio modello delle Olimpiadi Invernali concentrate tra città e dintorni, dove gli sport su ghiaccio si tenevano spesso in un'unica città ospitante e le gare di sci nelle montagne circostanti. Nella corsa a completare gli interventi prima dell'inizio dei Giochi - continua - le strade sembravano uno slalom di coni arancioni, mentre gli operai dipingevano strisce pedonali, colavano cemento e scoprivano nuovi cartelli". Impietoso, il sarcastico corrispondente segnala che l'app ufficiale dei trasporti che spiega come muoversi tra le varie competizioni, indica che il "percorso migliore" dagli eventi da Cortina a Livigno, "prevede un viaggio di 18 ore e 6 minuti".
Ora, esagerazioni a parte, negare l'evidenza sarebbe stupido. Ma quello che il New York Times non sa, è che siamo già bravissimi a prenderci in giro da soli, e a vedere nero ovunque. Non serviva mandare un americano. Piuttosto non ricordo dove fosse il Nyt ai Giochi di Atlanta nel 1996, dove - oltre all'inesistenza del bidet - non funzionava quasi nulla. E cosa scrisse quando gli autisti delle navette si perdevano per strada non sapendo minimamente dove si trovassero. Ricordo invece la loro rivoltante mensa olimpica, dove era impossibile ordinare un'ipotesi di cotoletta senza l'obbligo di sciacquatura di piselli sopra. L'addetto non capiva che chiedevi una tregua olimpica dal pisello infame e scofanava comunque palettate di mappazzone verde guardandoti con l'espresione di una mucca che vede passare un treno. Quella sì molto americana. Oh yes.
Avvenire


Nessun commento: