Trenkwalder, Robinson: "Non è un addio"

Un arrivederci, non un addio. Perché Dawan Robinson è convinto che, in un modo o in un altro, a Reggio ci tornerà. Magari indossando di nuovo la casacca biancorossa, come lui spera ardentemente. Alla vigilia del suo ritorno negli Usa l’atleta di Philadelphia si confessa al Carlino.
Robinson, la scelta della Trenkwalder di non firmare un nuovo accordo con lei, l’ha sorpresa?
«Solo in parte. Certo mi ha fatto molto dispiacere, ma sono consapevole che la pallacanestro, purtroppo, è anche un business non solo uno sport. I dirigenti mi hanno detto che era meglio, per me, rimanere a riposo fino a quando l’osso non fosse completamente guarito. E hanno aggiunto che non volevano forzarmi e magari sentirsi poi responsabili di un peggioramento delle mie condizioni, con possibili ripercussioni sulla mia carriera».
Ritiene che avrebbero potuto attendere ancora un po’?
«Comprendo la decisione presa. Se io fossi il proprietario di una società di basket, nella stessa situazione, agirei come loro. Aspettare la mia guarigione sarebbe stato troppo rischioso per la Trenkwalder».

Quando e da chi le è stata comunicata?
«Venerdì sera, appena finita la riunione societaria. Mi hanno chiamato e c’erano tutti, dai medici, a coach Menetti, a Frosini e al management. A parlare è stato Alessandro Dalla Salda. Devo dire che è stato un momento di forte emozione per tutti. Ho letto un reale dispiacere nei loro occhi».

I suoi compagni cosa le hanno detto?
«Erano tutti molto dispiaciuti, e anche un pochino sconvolti. Mi hanno augurato buona fortuna e capito che era per il mio bene».

Torniamo un attimo al giorno dell’ultima visita di controllo, lei nei giorni precedenti si era detto molto fiducioso, invece…
«Quando il dottor Adani mi ha detto che il mio braccio non era guarito è stato scioccante, terribile. Perché ero convinto di avercela fatta. Avevo seguito scrupolosamente i suoi consigli, non sentivo né dolore né debolezza. E’ stato un momento bruttissimo».

Ha timori per la sua carriera?
«No, nessuno. Si tratta solo di pazientare».

Le hanno detto quanto?
«Ancora due o tre mesi. A dicembre, insomma, posso indossare di nuovo la canotta biancorossa».

Ha avuto assicurazioni dalla società, in merito?
«No, è solo il mio più grande sogno».

Più realisticamente, cosa farà ora?
«Oggi torno a casa, in America. Poi continuerò a curarmi con il mio terapista e farò dei check-up periodici con lo staff dei New York Knicks».

Cosa ha provato quando, domenica scorsa a Castelnovo Monti, il pubblico le ha tributato quella lunga ovazione?
«E’ stata l’ennesima conferma dell’affetto che i tifosi reggiani hanno per me. Sensazioni che non hanno prezzo, che porterò sempre con me e non scorderò mai. Le parole, davvero, non possono descrivere ciò che provo per loro. Ora che i miei giorni in Pallacanestro Reggiana stanno finendo io… io… (si commuove, ndr) mi sento triste e ferito. Credo che ritroverò la serenità solo quando rivedrò la mia famiglia».

Sa che Menetti ha cambiato la sua immagine del profilo su Facebook inserendo una foto in cui è stretto sottobraccio a lei?
«Allora volete davvero farmi piangere?! Sembra un gesto piccolo, ma è la dimostrazione di che grande uomo è Max. Nella vita tu incontri tante persone, ma quando sei un professionista del basket fai fatica a capire se la stima che ti dimostrano è genuina o ipocrita. Alcuni sono i tuoi più grandi amici quando tutto va bene ma poi ti voltano le spalle appena ti gira storta. Con coach Menetti io ho avuto davvero un feeling speciale, ci capivamo al volo l’uno con l’altro ed è una delle poche persone che, nella mia vita, mi ha capito veramente. La sua stima, umana e tecnica, è sempre stata profondamente sincera. E adesso basta perché per me, dire queste cose, è emotivamente difficile. In campo puoi essere una roccia, ma ci sono cose capaci di far sciogliere il cuore anche a un colosso come me…».

Manterrà contatti con Reggio?
«Ovvio. Con la posta elettronica, con Skype, con Facebook, e dato che amo tanto l’Italia vedrete che, perlomeno in visita, tornerò presto. Inutile dire che preferirei tornarci da giocatore biancorosso».

Se ripensa a quel maledetto 11 maggio e all’incidente in autostrada...
«Il passato non conta. Credo che ogni cosa accada per una ragione. Nella mia vita ogni volta che arrivo in cima, qualcosa mi riporta giù. Da credente penso che, con quello che è successo Dio abbia voluto dirmi qualcosa. Che ora cercherò di capire. Del resto se i tuoi talenti ti portano in alto è il tuo carattere che ti aiuta a rimanerci. Nel basket come nella vita».
Gabriele Gallo - ilrestodelcarlino.it

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